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A ventisette anni - di Edith Maria Frattesi

Questo articolo è parte di una campagna a cui hanno aderito scrittrici e giornaliste per denunciare la violenza di genere nel lavoro e nella sfera pubblica.


unite - articolo 2026

Era il duemilasedici e avevo ventisette anni.


Avevo appena finito l'università e mi apprestavo a frequentare il tirocinio post laurea. Nel

frattempo, però, sapevo che un locale della mia città cercava personale e così ho fatto domanda, per racimolare qualche soldo.


Dopo le prime settimane in cui servivo ai tavoli, hanno deciso di mettermi in cucina a lavare i piatti. I cuochi, all'epoca, erano due ragazzi più o meno miei coetanei.

Sono sempre stata una tipa abbastanza sveglia ed estroversa, per cui non ho mai fatto fatica a integrarmi negli ambienti di lavoro, anche quelli più ostici. Ma avevo ventisette anni ed ero troppo ingenua per capire cosa effettivamente avveniva durante quei mesi in cui ho lavorato a stretto contatto con loro. Solo ora, con tanta esperienza in più sulle spalle e tanta consapevolezza, posso finalmente dare un nome a tutto.


Di quel periodo, mi ricordo soprattutto le continue battute sessuali, la stima di quanto mi piacesse determinate pratiche e riferimenti – a volte più espliciti, a volte meno espliciti – a ciò che dovevo o non dovevo fare. Era un continuo tira e molla, che affrontavo col sorriso perché la paura sarebbe stata peggio. Dovevo stare sul pezzo, non farmi vedere offesa. In fin dei conti, il riso è la prima risposta alla paura, come dice Freud.


Fino a quando, un giorno, dopo l'ennesimo scambio di battute, uno dei due mi ha detto: “Adesso inginocchiati sotto al tavolo e prendimelo in bocca”.

Ho riso, cosa avrei dovuto fare, a ventisette anni, per non creare scompiglio, per non peggiorare ancora di più la situazione?

La cosa più orribile è che – me ne rendo conto soltanto adesso – lo consideravo normale. Ero abituata a trovarmi in ambienti prettamente maschili e sentirmi dire battute sessuali. Era semplice goliardia, giusto? Forse ero io che capivo male, che interpretavo erroneamente.


edith frattesi

Ma dare il giusto nome alle cose ci dà il potere di ribellarci a una pratica che per anni è entrata nella nostra intimità, fino a farci dimenticare che la nostra posizione è al di sopra di un culo e due tette, e soprattutto, il fatto di averli non ci rende meno capaci, meno intelligenti.

Nel frattempo, sono stata licenziata senza neanche una spiegazione, ma suppongo che fossi “troppo lenta” oppure troppo poco capace, ma ci sta. Non era il lavoro della mia vita.


Poi ho conosciuto un ragazzo che è diventato il mio compagno. Nonostante il licenziamento brusco, avevo deciso che volevo mantenermi in buoni rapporti con i datori di lavoro, visto che era un locale che frequentavo già da alcuni anni. Così, prima di iniziare a mangiare, mi sono avvicinata alla finestrella sulla cucina per salutare i miei ex colleghi. Quando ho detto che ero andata a cena con quello che era il mio ragazzo (e lo è tutt'ora), uno di loro mi ha risposto: “Ah, finalmente hai trovato qualcuno con cui scopare”, come se fossi un'assetata di membro maschile, e non una persona senziente e discernente. Come se dovevo ammettere che tutte le battute che mi facevano me le

meritavo.


Ho riso. A ventisette anni, cosa avrei dovuto fare?



Edith Maria Frattesi

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