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La propaganda politica di guerra nell’era dei social: quando il campo di battaglia entra nello smartphone

Inizio Novecento la propaganda di guerra aveva bisogno di elementi concreti: una radio, una piazza, giornali, manifesti, volantini. Oggi ci arriva direttamente in casa, direttamente sul nostro telefono in ogni momento della giornata, durante la pausa pranzo o la colazione, invadendo prepotentemente la nostra quotidianità.



È questa, forse, una delle trasformazioni più profonde dell'era digitale:

la propaganda non deve più aspettare che sia il pubblico a cercarla. Può raggiungerlo direttamente.

Non è necessario che si riconosca la fonte “politica” attendibile. È sufficiente un video di pochi secondi, un meme, un post, un commento ma anche un’immagine AI ripetuta a loop.

Quindi la guerra si combatte nell’iperspazio della percezione e dell’informazione.

La propaganda politica di guerra nell’era dei social: quando il campo di battaglia entra nello smartphone.


La propaganda politica di guerra nell’era dei social: quando il campo di battaglia entra nello smartphone

Dalla propaganda di massa alla propaganda personalizzata

La propaganda tradizionale aveva una caratteristica di essere unidirezionale.

Un governo, un esercito produceva un messaggio e lo diffondeva attraverso i mezzi di comunicazione disponibili. Il cittadino lo riceveva. Tutto molto semplice.

Con i social network questo modello è cambiato.

Oggi ogni persona può essere contemporaneamente destinatario, distributore del contenuto, commentatore.

La differenza è enorme.

Un'immagine pubblicata da un singolo account può essere condivisa migliaia di volte. Un video girato con uno smartphone può diventare una delle immagini più viste di un conflitto. Una frase può trasformarsi in uno slogan.

La propaganda digitale, dunque, non è soltanto più veloce. È anche più partecipativa, o se vogliamo virale.

La velocità diventa parte del messaggio

Durante una guerra, le informazioni possono cambiare nel giro di pochi minuti.

Ed è proprio qui che nasce uno dei problemi più delicati.

La velocità dei social rende più difficile fermarsi a verificare se tutte le informazioni che passano siano vere, se una foto sia stata prodotta con intelligenza artificiale o sia reale.

Quando un contenuto diventa virale, spesso la domanda "è vero?"

La risposta arriva, se arriva, sempre dopo averlo capito e intanto suscita paura, rabbia, indignazione o desiderio di vendetta.

Il potere delle immagini

La propaganda ha sempre utilizzato le immagini. Oggi cambia la quantità e la velocità con cui possiamo riceverle. Un video può essere ricontestualizzato da persone completamente diverse dall'autore originale.

Questo produce un fenomeno interessante. La stessa immagine può essere utilizzata per sostenere narrazioni opposte.


Il potere delle immagini

Il meme come strumento politico

Un altro punto interessante è la trasformazione del messaggio politico in contenuto apparentemente leggero.

Il meme può ridurre una questione complessa a una battuta ed è un problema. Perché lo spoglia delle responsabilità, diritto internazionali e conseguenze umane. Nell’incertezza di cosa sia vero, ci arriva solo il messaggio che noi siamo contro loro. Semplificare un fatto è facilissimo e si tende sempre a dipingere l’avversario come estraneo e pericoloso.

L'algoritmo

C'è poi un protagonista che nella propaganda del passato non esisteva: l'algoritmo.

Le piattaforme premiano contenuti capaci di creare interazioni, creando condizioni favorevoli a diffondere contenuti emotivamente potenti. E torniamo sempre allo stesso punto: capire un’informazione complessa richiede tempo e i social vanno troppo veloci.


Dalla propaganda alla partecipazione emotiva

Forse una delle trasformazioni più importanti riguarda il ruolo del pubblico.

In passato il destinatario della propaganda poteva limitarsi ad ascoltare o leggere.

Oggi gli viene chiesto continuamente di reagire.

Condividere. Commentare. Mettere un "mi piace". Pubblicare una storia. Utilizzare un hashtag. Cambiare la propria immagine del profilo.

Quando un'opinione diventa parte della nostra identità, mettere in discussione quella stessa opinione può sembrare quasi un attacco personale. Il rischio è se un’opinione fondata su informazioni senza basi certe riesca  a plasmare le nostre azioni.

La disinformazione non deve necessariamente inventare tutto

Quando parliamo di propaganda e disinformazione immaginiamo spesso una notizia completamente falsa.

La realtà può essere più sottile.

Un contenuto può essere costruito con informazioni vere, ma impostate in modo da produrre una determinata impressione. Ad esempio utilizzare un dato senza spiegare il contesto. Presentare una dichiarazione senza riportare ciò che è stato detto prima o dopo. E queste mezze verità sono più difficili da contestare e spiegare.

Ed è forse questa una delle sfide più difficili da riconoscere, perché un contenuto composto esclusivamente da elementi autentici può comunque costruire una narrazione falsa.


La disinformazione non deve necessariamente inventare tutto

L'intelligenza artificiale aggiunge una nuova difficoltà

L'era digitale sta entrando ora in una fase ancora più complessa.

l'autenticità di un contenuto non può più essere data per scontata soltanto perché sembra realistico.

Esiste anche un altro effetto: il cosiddetto "dividendo del bugiardo". Se diventa normale sapere che immagini e video possono essere falsificati, qualcuno potrebbe utilizzare la possibilità della manipolazione per mettere in dubbio anche materiale autentico.

Ecco che durante una guerra non solo non distinguiamo più il vero dal falso ma finiamo di non credere più a nulla.

La propaganda più efficace è sempre quella che non sembra propaganda?

È una domanda interessante.

Un video pubblicato da un utente apparentemente comune può invece essere percepito come testimonianza spontanea.

E oggi dobbiamo imparare a distinguere tra testimonianza, informazione, opinione, comunicazione politica e manipolazione, categorie che online possono confondersi facilmente.

La domanda non dovrebbe essere soltanto:

"Chi ha pubblicato questo contenuto?"

Ma anche:

"Perché è stato pubblicato? Quale emozione vuole suscitare? Quali informazioni mancano? Da dove proviene l'immagine? Posso verificare ciò che afferma?"

Il vero campo di battaglia potrebbe essere la nostra attenzione

Forse più che la propaganda, siamo noi ad essere cambiati: Siamo immersi in un flusso continuo di informazioni e immagini. Abbiamo sempre meno tempo per analizzare ciò che vediamo e sempre più occasioni per reagire immediatamente.

Non è necessario che la propaganda di guerra sia credibile ma che attiri in pochi secondi la nostra attenzione e reazione.


Il vero campo di battaglia potrebbe essere la nostra attenzione

Come difendersi dalla propaganda digitale?

Non esiste una formula perfetta, ma alcune abitudini possono aiutare.

Prima di condividere, possiamo fermarci qualche secondo e chiederci:

  1. Qual è la fonte originale?

  2. La fotografia o il video sono stati verificati?

  3. La notizia è riportata anche da fonti indipendenti?

  4. Il contenuto presenta fatti o soltanto interpretazioni?

  5. Quale emozione sta cercando di provocare in me?

  6. Mancano informazioni importanti per comprendere il contesto?

  7. Sto condividendo qualcosa perché lo ritengo vero o perché conferma ciò che già penso?


Quest'ultima domanda è forse la più difficile.

Perché la propaganda digitale funziona particolarmente bene quando incontra una convinzione che possediamo già. Personalmente cerco sempre di leggere le notizie da fonti ufficiali : agenzie come ansa o giornali senza finanziamenti politici come l’Indipendente.


Cosa è cambiato rispetto al passato? La gente crede di più o di meno alla propaganda?

È una delle domande più interessanti quando si confronta la propaganda di guerra di ieri con quella dell'era dei social.

Oggi le persone credono di più alla propaganda oppure sono diventate più diffidenti?

La risposta, probabilmente, è: entrambe le cose.

Da una parte siamo diventati più consapevoli della possibilità di essere manipolati. Sappiamo che una fotografia può essere ritoccata, che un video può essere decontestualizzato e che un titolo può essere costruito per provocare una reazione emotiva.

Dall'altra, però, siamo esposti a una quantità di contenuti persuasivi enormemente superiore rispetto al passato.

Il risultato è un paradosso: possiamo essere più scettici nei confronti dell'informazione e, contemporaneamente, più vulnerabili alla sua manipolazione.

Prima la propaganda aveva un volto più riconoscibile

Nel Novecento, con un manifesto di guerra il cittadino poteva sapere, o almeno intuire, chi stava parlando.

Oggi il percorso è molto più complicato.

Un messaggio politico può arrivare attraverso un influencer, un video condiviso da un amico, un account anonimo, una pagina apparentemente indipendente oppure un'immagine diventata virale.

La domanda "chi mi sta parlando?" diventa quindi molto più difficile da rispondere.

E quando la fonte non è immediatamente riconoscibile, può diventare anche più difficile applicare il nostro normale filtro critico.

Le fonti sono più frammentate. Non esiste più una realtà informativa condivisa perché nella stessa città una persona può informarsi dai tg in tv, una da tiktok, l’altra da influencer.

Sembra che la fiducia complessiva nelle notizie è scesa al 37% nel campione internazionale analizzato.

Più diffidenza, ma anche più esposizione

Se non ci fidiamo dei giornali, della televisione o delle istituzioni, possiamo finire per cercare informazioni altrove. E quel "altrove" può essere un ambiente digitale nel quale la qualità delle informazioni è molto variabile.

Il problema diventa che le autorità strumentalizzano banali post e reel sui social per arrivare al “popolo” facendosi credere più facilmente.


Cosa è cambiato rispetto al passato? La gente crede di più o di meno alla propaganda?

Il paradosso dell'era digitale

Potremmo quindi riassumere il cambiamento con un paradosso:

prima avevamo meno fonti, ma potevamo riconoscere più facilmente chi parlava; oggi abbiamo moltissime fonti, ma è molto più difficile capire quali meritino fiducia.

Un manifesto diceva: credimi.

Un contenuto sui social può invece limitarsi a suggerire: guarda questo.

Ed è una differenza enorme.

Il problema non è soltanto credere: è condividere

Inoltre Oggi basta un clic.

Possiamo diventare amplificatori inconsapevoli di un messaggio che non abbiamo verificato.

Questo cambia radicalmente il rapporto tra propaganda e pubblico. Il destinatario non è più soltanto il punto finale della comunicazione: può diventare il passaggio successivo della catena.

Una fotografia pubblicata da un account può essere condivisa da un utente, ripresa da un altro, trasformata in meme da un terzo e infine utilizzata da migliaia di persone come "prova" di una determinata narrazione.

A quel punto diventa quasi impossibile ricostruire il percorso originale.

E allora: oggi ci crediamo di più o di meno?

Forse siamo così presi dal fatto che i social ci permettono democraticamente di dire la nostra ed esporci dandoci l’illusione di partecipazione e libertà, che non ci rendiamo conto che la diffusione di notizie contraddittorie e false a volte è voluto. Perché finisci per non fidarti, perché finisce che se non ti fidi sei più manipolabile da un potere forte.

Conclusione: imparare a rallentare

Con la guerra a Gaza e quella in Ucraina, fondamentalmente, mi sento delusa dall’Europa al punto che mi fa quasi paura a dirlo e a scriverlo. Credo che l’obiettivo dei media e e della strumentalizzazione che i Governi fanno dei social è proprio quello di rendere comuni e semplici i politici terroristi, riducendo al minimo i loro errori. Errori che in realtà sono altro che semplici e andrebbero puniti severamente. Credo che l’effetto della confusione, dello stare nel non capire più dove sia la verità, ci rende immobili e spaventati e deboli e questo evidentemente ha tanti vantaggi per qualcuno. Come se fossimo immersi nell’oceano è l’acqua diventa improvvisamente torbida e qualcuno dice che ci sono squali intorno a noi, altri smentiscono e noi non possiamo verificare. Ma nel dubbio agiamo e reagiamo con la paura.

La propaganda di guerra non è nata con Internet. È antica quanto la comunicazione politica stessa.

Ciò che è cambiato è la sua velocità, la sua scala, la sua capacità di adattarsi ai singoli utenti e il ruolo che ciascuno di noi può avere nella sua diffusione.

Lo smartphone ha trasformato il pubblico in un possibile amplificatore. I social hanno trasformato l'informazione in un flusso continuo. Gli algoritmi hanno reso l'attenzione una risorsa contesa. L'intelligenza artificiale sta rendendo sempre più difficile distinguere, a colpo d'occhio, ciò che è autentico da ciò che è costruito.

In questo scenario, la forma più semplice di resistenza potrebbe essere sorprendentemente poco tecnologica: rallentare.

Non condividere immediatamente. Cercare il contesto. Confrontare le fonti. Accettare che una guerra possa essere più complessa di quanto suggerisca un post.

Perché nell'era dei social, forse, la capacità più preziosa non è quella di avere sempre un'opinione.

È quella di concedersi il tempo necessario prima di formarla.


Conclusione: imparare a rallentare

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