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Il Nucleo - Intervista al frontman Andrea Zanichelli - I primi anni 2000 da protagonisti assoluti

Ci sono band che attraversano le epoche adattandosi alle mode, e altre che le epoche le raccontano, le vivono, le incidono su disco. Il Nucleo appartiene senza dubbio a questa seconda categoria. Nati e cresciuti in quell’humus creativo e ribelle dei primi anni 2000, hanno saputo trasformare inquietudini generazionali, rabbia lucida e romanticismo elettrico in un suono diretto, viscerale, riconoscibile.


In un periodo in cui la scena alternative e rock italiana cercava una propria identità tra influenze internazionali e radici cantautorali, Il Nucleo si è imposto come una delle realtà più autentiche e coerenti. Concerti intensi, testi profondi e un percorso artistico costruito senza compromessi hanno reso la band un punto di riferimento per chi cercava musica capace di parlare davvero alla propria generazione.



In questa intervista esclusiva, il frontman Andrea Zanichelli ci riporta agli esordi: i sogni, le difficoltà, l’energia dei primi live, il fermento culturale dei primi anni Duemila e il significato di essere protagonisti di una stagione musicale che ha lasciato un segno indelebile nel rock italiano.


Un viaggio tra memoria e presente, tra nostalgia e consapevolezza, per capire cosa resta oggi di quell’epoca e come si evolve lo spirito di una band che non ha mai smesso di cercare, raccontare e suonare con autenticità.



il nucleo band

1. Benvenuti nel nostro spazio interviste! Siamo qui per intervistarvi in quanto siete stati una bella colonna sonora per noi nel primo decennio degli anni 2000. Partiamo dal principio: ci spieghi come è nato il nome della band, Il Nucleo?

Il nome il nucleo è nato nel più classico dei modi, è successo mente ascoltavamo la canzone metallo non metallo dei Bluvertigo, erano i primi ascolti che facevamo di quel disco che poi per noi è diventato una pietra miliare. Mentre ascoltavamo il brano intitolato Il Nucleo, un amico ci ha detto “ma perché non vi chiamate “Il nucleo?”

Allora abbiamo ascoltato con più attenzione la canzone e a me è piaciuta la frase il nucleo sta nel mezzo” e mi sono detto: ci può stare, è una buona idea. In più, sia io che il batterista, siamo entrambi da sempre appassionati di astronomia, per cui il nucleo è la componente centrale di tutti i corpi celesti. Quindi al nostro amico abbiamo risposto “grazie, bella idea”

2. C'è una band, un gruppo, a cui vi siete ispirati nei vostri esordi?

Come band ci siamo molto ispirati alle band italiane di fine anni ‘90/inizio 2000. Come gruppo ci siamo formati a un concerto dei CSI, il primo live che abbiamo visto di Tabula Rasa Elettrificata quindi siamo molto legati ai CCPP e CSI, ma anche a quello che è venuto dopo, quindi Bluvertigo, Subsonica, Marlene Kuntz. Sono gruppi che ci hanno molto segnato e abbiamo seguito tantissimo in quegli anni.

3. Qual è stato l’ascolto che ha influito più profondamente sulla tua vita?

L’ascolto che mi ha influenzato di più riguarda il disco TEN dei Pearl Jam, perché è arrivato in un momento in cui doveva arrivare e l’ho praticamente consumato. E sognavo di calcare un palco ascoltando la vibrazione della voce di Eddy Vedder, che per me era qualcosa di viscerale. Un altro disco è Post di Bjork, perché mi ha fatto capire quali direzioni poteva prendere la musica: io ero molto legato al Grunge e al rock e quel disco mi ha fatto capire che esisteva tutto un mondo di elettronica e di espressione di libertà. Bjork mi ha sempre trasmesso grande libertà espressiva.


4. Puoi decidere di fare un duetto, domani, davanti a migliaia di persone. Con chi condividi il palco?

Se dovessi decidere un duetto, direi Nike Cave perché ha la capacità di strapparti le budella semplicemente stando a guardarlo tra il pubblico, quindi duettare con lui dev’essere davvero potente come esperienza. Invece, come italiani il Nike Cave italiano: Pierpaolo Capovilla, un artista che stimo moltissimo, con quella voce profonda che gratta... Mi piace il suo modo di comunicare e trovo che molto spesso i duetti funzionino quando sono molto diverse le due voci, i due generi e le due esperienze. E dato che siamo diversi, potrebbe funzionare, chissà...

5. Il primo album, Meccanismi, è una bomba: il brano Sospeso traina fin da subito il progetto e vi porta al Festvalbar. Ve lo aspettavate? Che esperienza è stata?

Meccanismi è un disco che raccoglie il lavoro di tanti anni, come succede spesso nei primi dischi delle band che raccolgono canzoni già suonate dal vivo e tanti anni di scrittura: molto spesso è per questo che i primi dischi sono così forti, perché contengono il meglio e sono più potenti a livello comunicativo. C’è stato tantissimo impegno dietro, perché c’erano tantissime canzoni pronte e perché abbiamo fatto tanta gavetta, suonando in giro per i locali del Nord Italia. Un giorno un produttore ci ha notato e con lui è iniziato un lavoro di rifinitura dei brani durato due anni, in cui io cancellavo e riscrivevo: è stato molto stressante.


6. Meccanismi è il secondo singolo estratto dall'album omonimo. Molto meno leggero rispetto a Sospeso, ma ha comunque raggiunto molte persone che si sono ritrovate in quel testo. Dopo questa estate di successo, dove avete sognato di arrivare? Come l'avete vissuta?

Dopo Meccanismi, che era il brano su cui tutti puntavamo, e siamo stati felici della conferma del successo, non sognavamo di arrivare chissà dove. Avevamo solo in mente di fare concerti, quindi abbiamo sfruttato il più possibile quel traino per programmare concerti. L’abbiamo vissuta con grande felicità, l’abbiamo vissuta da ragazzini inesperti e ingenui, ma l’abbiamo vissuta al massimo cercando di imparare il più possibile. Calcando quei palchi, eravamo da un lato esperti perché suonavamo da tanti anni, ma dall'altro eravamo inesperti sul cosa volesse dire costruire un proprio spettacolo e rapportarsi col mondo della discografia. Dovevamo essere manager di noi stessi e noi eravamo dei pessimi manager di noi stessi.


7. Due brani che mi piacciono molto sono Cambiano le Cose e Vorrei un motivo, arrivati qualche anno dopo il primo vero successo, in un album (Io prendo casa sopra un ramo al vento) forse più malinconico e riflessivo rispetto agli inizi. Cosa è cambiato in quegli anni nella voglia di raccontare?

Cambiano le cose e Vorrei un motivo sono brani diversi da quel che si può trovare nel primo disco, che è molto eclettico, sia nel secondo disco che ritengo il migliore, sia nel terzo. Il tentativo che ho fatto io è di approcciarmi al testo e al linguaggio in maniera più diretta, togliendo quelle parole estetiche presenti nel primo disco, che infine sono arrivato a odiare perché suonavano bene, ma non dicevano nulla. Quindi ho cercato di lavorare in maniera più diretta, concentrandomi sulle frasi e non sulle parole. Crescendo, è stata più forte l’esigenza di comunicare qualcosa di più concreto.


8. Ne La canzone del marinaio c’è la frase “E se il mio ieri è distante, apro la vela in mezzo al mare, il vento non smette mai di soffiare” si percepisce un forte senso di ripartenza e speranza: quanto conta per voi il passato nel definire chi siete oggi e cosa rappresenta, simbolicamente, quel “vento” che non smette mai di soffiare?

La Canzone del marinaio era il nostro pezzo clou dal vivo, quello dove c’era più risposta del pubblico: è diventata in ogni anno di tour la canzone che tutti aspettavano al concerto, perché aveva questo respiro di speranza e aveva una grande epicità nella melodia. Dirti cosa significa il vento è difficile, il passato è passato, il futuro è solo una proiezione; ciò che vale è solo il presente, quello che cerco di fare è vivere il presente serenamente e liberamente. Il vento non è altro che l’essere presenti al presente, un po’ come quando si è bambini e il tempo prende un’altra dimensione.


9. Avete aperto diversi concerti di Ligabue: avete calcato anche il mitico palco di CampoVolo. Come sono state quelle serate? Che ricordo avete?

Abbiamo avuto la fortuna di poter aprire i concerti di Ligabue, abbiamo fatto tutto il tour degli stadi del 2008, comprese due serate a San Siro, l’Olimpico e tutti gli stadi. CampoVolo è indelebile, abbiamo suonato davanti a 180.000 persone: un fiume infinito di gente, incredibile! Abbiamo anche aperto il concerto di Lenny Kravitz al palazzetto, abbiamo suonato prima di Jamiroquay, Stereophonics, abbiamo avuto esperienze favolose, quindi il ricordo è meraviglioso e soprattutto quando partecipi a quei festival in quelle situazioni, ti rendi conto che avrai qualcosa da raccontare ai tuoi figli. Mi piace moltissimo ricordare del concerto di Lenny Kravitz: lo abbiamo visto da dietro le quinte salire con scettro e mantello di pelle come una vera star, dopo il concerto abbiamo sentito bussare alla porta del nostro camerino ed era lui, ringraziandoci di aver aperto il suo concerto, facendoci i complimenti e chiedendoci un autografo sul disco che poi gli abbiamo regalato. Questo ci ha fatto capire come certi artisti riescano ad essere grandi star ma anche delle persone semplici.

10. Come mai la scelta di non proseguire con la vostra attività dopo questi album di successo? Cosa vi ha fatto pensare di chiudere l'esperienza?

Lo stop del Nucleo è arrivato in maniera consensuale: eravamo tutti un po’ stanchi, perché abbiamo avuto la fortuna di prendere l’ultimo treno della discografia tradizionale, quello che investiva sui gruppi e li coccolava, quindi l’abbiamo vissuta in quel modo, potendoci concentrare solo sulla nostra musica. Dopo anni di crisi contro crisi, compresa quella che ha chiuso la nostra casa discografica BMG in Italia. Non sapendo più a chi telefonare, piano piano si è tutto ridimensionato: era tutto sulle nostre spalle, anche per quanto riguardava la parte manageriale, cosa che anche oggi è cosi: gli artisti sono bravi a fare promozione di sé stessi, sono macchine da guerra. Però sembra quasi che il mercato sia più improntato su quella parte piuttosto che sulla musica. E noi eravamo stanchi di questa cosa e non eravamo nemmeno capaci di seguirla. Sicuramente abbiamo avuto molta difficoltà, noi ragazzi di provincia abbiamo sempre faticato per entrare nello show business, perché viviamo la nostra provincia con orgoglio, ma a distanza da quei centri importanti della cultura. In Italia più semplicisticamente faticavamo anche sul profilo economico, perché fare il musicista oggi è dura. Se noi nel 2003 facevamo 70 concerti in un anno, nel 2009 era tanto se ne facevamo 15 e non si vendevano dischi, quindi le entrate erano difficili e iniziavano a nascere i primi figli. Non è stata solo una questione economica, ma sinceramente ha influito anche quello.


11. Chi salveresti oggi nel panorama della musica italiana?

Nel panorama italiano ne salverei tanti: i Cani, Motta, Brunori, Sinigallia, Iosonouncane, Andrea Laszlo De Simone e altri, ci sono tanti artisti che stimo tanto. Mi dispiace solo che siano solo nel mondo Indie, nel mondo che gli appartiene, quello dei concerti, ma fanno fatica ad affacciarsi sul Mainstream. Forse Brunori ci è riuscito, Sinigallia l’ha fatto in passato. Per gli altri è molto difficile, li ammiro molto per come portano avanti la loro carriera.

12. Nel 2020 esce un nuovo album: è andato come ve lo aspettavate?

Nel 2020 è uscito Oltre, è nato perché ci siamo lasciati in maniera consensuale e siamo rimasti in ottimi rapporti. Ero arrivato ad avere un numero di inediti imbarazzante e i ragazzi hanno proposto di usarli per fare un disco, è stata un’esperienza difficile perché avevamo tutti famiglia e un nuovo lavoro e non eravamo più dei ragazzini. Il tempo da dedicare al progetto doveva essere molto, perchè la musica per noi è sacra, ma il tempo reale a disposizione era poco ed è stata una guerra riuscire ad incastrare tutto e non scontentare lavoro, mogli e figli. È stato un miracolo portare a casa questo disco. Purtroppo si è messo di mezzo il covid. Avevamo iniziato a fare promozione e avevamo anche qualche data di concerto, ma il Covid ci ha fermati. Per fortuna eravamo tutti con le spalle coperte e avevamo un altro mestiere, quindi l’abbiamo presa positivamente, mentre chi fa il musicista di professione ha avuto più problemi. Peccato perché Oltre è un disco a cui sono legato e contiene tra i migliori brani del Nucleo.


13. Ora è finita davvero, o ci saranno altri ritorni?

Direi che è finita com’è finita la prima volta che tornassimo. Direi che è definitivamente finita, sarà difficile una seconda reunion, ma nella vita può succedere tutto, chissà...

14. Che cosa è rimasto di quegli anni di musica e di successi? C'è una cosa che manterreste esattamente come è stata e una cosa che vorresti tornare indietro e cambiare per modificare il corso delle cose?

Di quegli anni è rimasto un ricordo bellissimo, un ricordo di un’esperienza che probabilmente è stata la più formativa della mia vita. La fortuna che ho avuto a poter provare quelle emozioni su quei palchi è pazzesca. Non cambierei nulla, non tornerei indietro a cambiare il corso delle cose.

15. Se poteste tornare indietro al primo giorno di questo progetto, cosa direste a voi stessi?

Se potessimo tornare indietro non diremmo niente a noi stessi, sono felice di come sono andate le cose. Ci sono tanti errori che comunemente si fanno. Sicuramente abbiamo fatto errori che ci hanno rovinato la carriera, ma se non li avessimo fatti, oggi non saremmo quello che siamo e io sono felice di ciò che sono. Non cambierei nulla e va bene cosi.


16. Qual è la tua attività musicale attuale?

In questi anni ho ancora continuato a scrivere e al momento sto cercando di capire di cosa farmene di tutti i brani, sto parlando di un archivio di circa 400 canzoni. In questi anni alcune di queste sono finite a qualche artista non di spicco, altre in qualche compilation, ho scritto jingle pubblicitari, colonne sonore, compilation. Ho fatto qualche lavoro musicale, sebbene il mio mestiere sia un altro. Sono videomaker da 15 anni. Mi occupo di produzione video, ma quel che faccio io è scrivere. La seconda attività è capire cosa fare di tutto quello che ho scritto, ma prima o poi sentirete qualcosa.

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