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Le persone che ci vogliono bene, anche quando sbagliamo

10 ore fa
Tempo di lettura: 5 min

Voler bene a una persona significa anche accettarla nei suoi difetti.

È una frase semplice, quasi banale. Eppure, a pensarci bene, forse dentro questa frase c'è una delle cose più difficili che ci chiediamo nelle relazioni: voler bene a qualcuno non soltanto quando ci somiglia, quando ci capisce, quando approva quello che facciamo, ma anche quando sbaglia. Quando ci delude. Quando ha un'idea diversa dalla nostra. Quando, semplicemente, non è la persona che vorremmo che fosse.

Forse è proprio qui che cominciano i problemi.

Questa riflessione nasce dopo che due persone che voglio molto bene hanno avuto un battibecco.


Le persone che ci vogliono bene, anche quando sbagliamo

Ho l'impressione che i rapporti personali stiano diventando sempre più frammentari. Non necessariamente perché ci vogliamo meno bene, ma perché siamo diventati molto più concentrati su noi stessi.

Una parte importante del pensiero contemporaneo ci ha insegnato, giustamente, a prenderci cura di noi, a riconoscere i nostri bisogni, a stabilire dei confini, a non dipendere necessariamente dagli altri per sentirci bene. Ci ha ricordato che possiamo stare in piedi da soli, che non dobbiamo accettare qualsiasi cosa pur di non rimanere soli, che la nostra felicità non può essere completamente affidata a qualcun altro.

È un'idea che, presa da sola, ha molto senso.


Ma mi chiedo cosa succede quando questa idea diventa l'unica che conosciamo.

 

Quando "stare bene con se stessi" finisce per trasformarsi, quasi senza accorgercene, in

"non avere bisogno di nessuno".


Forse il rischio è quello di costruire una civiltà composta da individui sempre più autonomi e, allo stesso tempo, sempre più soli. Tante solitudini perfettamente arredate, ognuna con i propri confini, le proprie passioni, i propri spazi, i propri algoritmi che suggeriscono persone simili a noi.

Come tanti pezzi di un puzzle.

Solo che non è detto che si incastrino.

Io continuo a pensare che l'uomo non sia un'isola. Che, per quanto possiamo diventare autonomi, abbiamo bisogno degli altri. Non necessariamente di moltissime persone. Forse, al contrario, di pochissime.

Un piccolo clan.

Qualcuno che ci conosca abbastanza da sapere chi siamo, da ricordarsi delle nostre contraddizioni, delle nostre debolezze, dei nostri difetti. Qualcuno che abbia un nome e che, proprio perché ha un nome, a un certo punto diventi parte della nostra storia.

Persone in carne e ossa, non semplicemente comunità digitali costruite intorno a una passione, a un'opinione o a un algoritmo che ci ha messi nello stesso gruppo.

Persone che sbagliano.

Persone con grossi difetti e piccoli pregi.

Persone che qualche volta ci fanno arrabbiare.

Persone che non ci capiscono.

E forse è proprio questo il punto.

Perché le relazioni non fanno sempre bene.

A volte fanno male.

Ci fanno male perché abbiamo bisogno di essere capiti. Perché vorremmo essere approvati. Perché ci piace sentirci dire che siamo bravi, che abbiamo ragione, che abbiamo fatto la scelta giusta.

Vorremmo che le persone che amiamo fossero una specie di specchio benevolo nel quale riconoscerci.


Ma chi ci vuole bene, qualche volta, ci dice anche che non siamo stati bravi.

Che abbiamo sbagliato.

Che quella scelta non la condivide.

Che secondo lui stiamo prendendo la strada sbagliata.

Ed è proprio lì che nasce il conflitto.

Non nel fatto che siamo diversi, ma nel fatto che continuiamo a volerci bene nonostante siamo diversi.

Forse una relazione adulta non è quella in cui ci si dà sempre ragione. È quella in cui, dopo esserci dati torto, ci impegniamo comunque a ritrovarci.

Il problema è che per farlo bisogna essere capaci di venirsi incontro.

E forse bisogna mettere qualcosa davanti alla necessità di avere ragione: il bene che ci vogliamo.

Non sempre ci riusciamo.

Io, per esempio, ho passato anni a cercare di convincere alcune persone intorno a me ad accettare una mia scelta di vita. Cercavo di spiegarmi, di argomentare, di dimostrare che avevo ragione. In fondo, forse speravo che, prima o poi, cambiassero idea su di me.

Poi ho capito una cosa piuttosto semplice:

non posso decidere cosa gli altri pensano di me.


non posso decidere cosa gli altri pensano di me.

Posso spiegarmi. Posso raccontarmi. Posso provare a farmi comprendere.

Ma non posso obbligare qualcuno ad approvare la mia vita.

E forse accettare questo significa anche imparare a dare alle persone la giusta distanza.

Non tutte le persone che amiamo devono necessariamente essere d'accordo con noi. E non tutte le persone che non ci capiscono devono necessariamente essere escluse dalla nostra vita.

Ci sono persone che possiamo tenere vicine anche se non approvano le nostre scelte.

Altre che forse dobbiamo amare da una distanza maggiore.

Anche questa è una forma di comunità: non pretendere che tutti occupino lo stesso posto.

Forse costruire una comunità significa proprio questo. Imparare a mettere insieme persone diverse senza pretendere che diventino uguali.

Una comunità non è fatta di persone che la pensano allo stesso modo.

È fatta di persone che, nonostante le differenze, decidono in qualche modo di appartenersi.

E forse "appartenersi" è una parola che oggi ci mette un po' paura.

Abbiamo imparato a difendere così bene la nostra individualità che forse abbiamo dimenticato quanto sia importante poter dire: questo è qualcuno dei miei.

Non perché mi dà sempre ragione.

Non perché mi fa sentire bravo.

Non perché mi approva.

Ma perché, nonostante tutto, quando penso a lui penso a una parte della mia vita.

E forse voler bene è anche questo: accettare che l'altro non sarà mai esattamente come vorremmo.


Accettare i suoi difetti, senza per questo smettere di vedere ciò che amiamo.

Accettare che qualche volta ci farà male.

Accettare che qualche volta saremo noi a fare male.

E poi decidere, ogni tanto, di venirsi incontro.

Non so se esista un modo giusto di fare tutto questo.

Dobbiamo imparare prima a stare bene da soli, per poi stare bene con gli altri?

Oppure rischiamo, inseguendo troppo a lungo la nostra autosufficienza, di dimenticarci che abbiamo bisogno di qualcuno?

Quanto dobbiamo accettare dell'altro prima che l'accettazione diventi rinuncia a noi stessi?

E quanto dobbiamo difendere noi stessi prima che la difesa diventi solitudine?

È giusto allontanarsi da chi non ci approva?

O possiamo voler bene anche a chi non ci comprende?

E quando una persona ci dice che stiamo sbagliando, dobbiamo ascoltarla oppure proteggere la nostra libertà?

Forse non c'è una risposta.


Forse non c'è nemmeno una logica.

Forse le persone si vogliono bene senza un motivo preciso. In modo illogico, contraddittorio, imperfetto.

Forse continuiamo a voler bene a qualcuno proprio perché non riusciamo a spiegarci completamente perché lo facciamo.

E forse è proprio questo il segreto.

Che, alla fine, una comunità di persone non si costruisce perché tutti hanno qualcosa in comune.

Si costruisce perché, per qualche misteriosa ragione, alcune persone decidono di restare.

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